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Campi Flegrei

Tra spiagge, insenature e golfi, crateri, falesie, grotte, tunnel, percorsi ipogei, miti endogeni e storie mirabolanti, la «terra ardente» si estende dal limite della collina di Posillipo, verso ovest, fino all’acropoli di Cuma e a Capo Miseno, il promontorio che separa l’ampio golfo di Pozzuoli dalle rotte marinare verso Procida e Ischia. Terremoti, eruzioni vulcaniche, bradisismo hanno scandito le vicende di questi luoghi ricchi di siti archeologici e testimonianze fantastiche del passato espresse emblematicamente dalla città sommersa di Baia che, dopo essere stata colonia greca, al tempo dei Romani divenne il leggendario buen retiro per gli aristocratici che la frequentavano come stazione termale di lusso. Una fama che molti anni dopo, con le frequentazioni del Grand Tour, fu rinverdita ancor prima che venissero alla luce i tesori di Ercolano e Pompei soprattutto. La terra che Virgilio amava, esprime una forza naturale e culturale, speciale e unica. Fuoco e bellezza, rocce e vapori, colline verdi e fiorite, l’arte e le arti, il mare e il sole, si legano insieme a ricomporre i valori dell’Occidente antico. Dalle vestigia sacre di Cuma allo sfarzo dei giardini termali e delle ville imperiali di Baia, dalle suggestioni dell’Averno alle nuvole di zolfo della Solfatara, dalla discesa nel ventre del Rione Terra all’anfiteatro e alle altre eccellenze del centro storico di Pozzuoli, dalla Piscina Mirabilis alla Grotta della Dragonara, in un circuito virtuoso di acque dolci e salate, di fasti infiniti e misteri millenari, c’è un territorio tutto da scoprire.

POZZUOLI

Era l’emporio della potente Cuma, poi con l'arrivo di fuggiaschi di Samo (530 a.C.) prese il nome augurale di Dicearchia («giusto governo»), e cominciò il suo sviluppo urbanistico. Dopo il periodo di dominio dei Campani, nel 338 cadde sotto l’influenza di Roma, ma è in seguito al tentativo di conquista da parte di Annibale (215 a.C.) che fu compresa l’importanza commerciale e militare di tutto il golfo flegreo. Così Puteoli («piccoli pozzi») divenne l’approdo più importante del Mediterraneo. Fu appellata «Delus minor» e «litora mundi hospita». Le arti del vetro, della ceramica, dei profumi, dei tessuti, dei colori e del ferro trovarono larga diffusione, per la presenza di maestranze locali educate a tradizioni fenicie, ellenistiche ed egiziane. Grazie al porto, Puteoli venne a contatto con altre culture e civiltà. Nel 61 vi sostò per sette giorni San Paolo che vi trovò già una comunità di cristiani. La città prosperò fino a quando il porto rispose alle esigenze del commercio romano, ma subì un duro colpo con l'apertura di quello di Ostia. Con l'accentuazione del bradisismo discendente, che sommerse le opere portuali, e con la caduta di Roma (476 d.C.), Puteoli divenne un piccolo centro di pescatori e, nel Medio Evo, i Campi Flegrei furono solamente meta di brevi soggiorni termali. Soltanto dopo l'eruzione del Monte Nuovo (1538), Pozzuoli iniziò una lenta ripresa socio-economico-urbanistica, per opera del viceré spagnolo don Pedro Alvarez de Toledo.

Arrivando da Napoli a Pozzuoli s’incontra la Chiesa di San Gennaro proprio nei pressi della Solfatara. Fu costruita nel luogo dove il 19 settembre del 305 fu decapitato san Gennaro con i suoi sei compagni di martirio Acuzio, Festo, Sossio, Procolo, Desiderio ed Eutichete. Dopo devastazioni e saccheggi, fu ricostruita nel 1580, poi ampliata e nuovamente distrutta nel 1860. Secondo la tradizione custodisce la pietra della decollazione ancora intrisa del sangue dei sette martiri. La macchia assume in occasione della liquefazione del sangue delle ampolle custodite nel Duomo di Napoli, una colorazione viva.
Di fronte, si va all’ingresso del cratere della Solfatara, spettacolare vulcano leucogeo (dal nome che i Romani davano a questi promontori «dalle rocce bianche affioranti»). Tappa obbligata, è il più interessante vulcano dell’area per i suoi fenomeni visibili, quali fumarole e mofete, sempre affascinanti. Si estende per 33 ettari ed è un’oasi che alterna boschi a macchia mediterranea, e riveste notevole importanza dal punto di vista geologico, faunistico e botanico. Il cratere è largo 700 metri e si è formato quattromila anni fa: da allora ha conservato le proprie caratteristiche. Strabone la indicava come «Forum Vulcani», dimora del Dio Vulcano e ingresso per gli Inferi. Nota fin dall’antichità anche per la fangaia naturale, per la cura delle acque sulfuree e per le stufe calde, era considerata fin dal Medioevo una fondamentale località termale. I viaggiatori del Grand Tour la includevano tra le tappe obbligate, da non perdere. La sua attrattiva è rimasta immutata nel tempo. Gli escursionisti possono osservare la condensazione del vapore che si determina avvicinando a una fumarola una piccola fiamma e il rimbombo provocato da un masso lasciato cadere da una piccola altezza che, in alcuni punti, suggerisce la sensazione che vi siano grandi grotte sotterranee che, di fatto, sono piccole cavità prodotte dal gas fumarolico che si accumula in una terra porosa. L’interesse scientifico è pari a quello turistico: i vulcanologi di tutto il mondo continuano a monitorare l’area con grande attenzione. Vanno ricordate altre peculiarità naturalistiche. Nella fangaia sono state isolate delle colonie di batteri in grado di vivere a temperature superiori ai 90 gradi. Nei dintorni, sulle pareti alle spalle della Bocca Grande, inoltre, è stata segnalata una nuova specie di insetto – nel 1989 – chiamata «Seira tongiorgii».
Dopo tre chilometri si giunge all’Anfiteatro Flavio, che è il terzo per grandezza dopo il Colosseo di Roma e quello di Santa Maria Capua Vetere, a Capua. Costruito al tempo di Vespasiano, nella seconda metà del I secolo, con i suoi 149 metri e 116 di lunghezza, l’anfiteatro poteva contenere fino a 40 mila spettatori, disponeva di quattro ingressi principali e due secondari e presentava una complessa struttura scenica composta da sotterranei, corridoi, scaloni, montacarichi per il sollevamento delle gabbie e un dispositivo che permetteva la rappresentazione delle naumachie (battaglie navali). Nel settore nord dei sotterranei si trova la cappella dedicata a San Gennaro, eretta nel 1689. Secondo la tradizione il santo martire sarebbe stato esposto invano all’assalto delle fiere, prima di essere decapitato nella chiesa a lui dedicata fuori dalle mura di Pozzuoli,
Da qui si prosegue in direzione di corso Terracciano e si incontrano i ruderi del cosiddetto Tempio di Nettuno, edificio termale del I secolo e quelli del Ninfeo di Diana (di cui si conserva il basamento circolare e parte dell’alzato). Se si prosegue per via Carlo Maria Rosini si arriva alla città vecchia di Pozzuoli. La strada attraversa un panorama splendido e passa davanti all’ingresso di Rione Terra (il nome deriva dall’uso medievale e marinaresco di indicare con il nome «terra» il villaggio o la città), cuore dell’antica Puteoli romana. Si tratta di uno sperone di tufo che con i suoi 33 metri sul livello del mare si protende sul golfo tra Nisida e Baia. Già Strabone lo descrisse nell’età di Augusto per le sue caratteristiche vitali. Primo insediamento urbano, acropoli, rocca, castrum e centro religioso, conserva evidenti tracce dell’impianto viario del 194 avanti Cristo. Per effetto del bradisismo, fu evacuato il 2 marzo 1970 e, da alcuni anni, è stato avviato un fondamentale piano di recupero e valorizzazione. Per visitare l’itinerario archeologico si parte da un androne di largo Sedile di Porta e, dopo una deviazione ai locali sotterranei di palazzo Migliaresi, si sviluppa lungo un ampio decumano, fiancheggiato da tabernae, che si interseca con uno stretto cardine. All'incrocio c’è l'ingresso alle terme pubbliche che, da una ripida scala, conduceva al piano superiore. L’opera di pedonalizzazione, ancora ben visibile, risale al periodo neroniano, con la creazione di un porticato sul lato sinistro che restringe la sede stradale. Vi sono numerose cisterne per la raccolta dell'acqua piovana, indispensabile per la vita della cittadella. Eccezionali lo stato di conservazione della struttura urbana, la stratificazione edilizia, il perfetto impianto fognario, il «pistrinum» con più stanze (era la bottega di un mugnaio-fornaio), con le macine ancora intatte, i piccoli ambienti (forse un lupanare o una struttura ricettiva). La grandiosa acropoli puteolana culminava nel Tempio di Augusto, che fu riportato alla luce dopo l'incendio della cattedrale (16-17 maggio 1964): è il Capitolium della città di età repubblicana. Per volere del ricco mercante puteolano Lucio Calpurnio, fu rifatto dall’architetto Lucio Cocceio Aucto in età augustea in belle forme corinzie. Poi fu adattato a chiesa cristiana tra il V e il VI secolo e barocchizzato sotto l’episcopato di Martino de Leòn y Càrdenas (1634). I suoi resti furono inglobati nella costruzione del Duomo di San Procolo nel XVII secolo, dedicato al martire Procolo quando i cittadini furono costretti a ritirarsi sulla rocca per difendersi dagli attacchi dei barbari.
La Chiesa dell’Assunta, in via Castello sulla darsena di Rione Terra, è piccola, semplice e lineare ed evoca la grande tradizione marinara dei campi: fu costruita nel 1621 in onore della purificazione della Madonna e un maremoto la distrusse nel 1876.
A Pozzuoli i Romani costruirono il più importante porto dell’impero: vivace scalo commerciale come ancora attesta il vicino macellum, il mercato pubblico, più noto come Tempio di Serapide per il rinvenimento della statua del dio greco-egizio seduto in trono con in testa il calathos, un cesto, simbolo di abbondanza e fertilità: è il monumento più singolare di Pozzuoli. Fu costruito tra la fine del I e l’inizio del II secolo e restaurato in età severiniana (III secolo); era formato da botteghe disposte intorno a un grande cortile circondato da portici e pavimento in marmo. Un edificio maestoso che è stato, negli anni, l’indice del bradisismo della zona: sulle sue colonne sono infatti evidenti i buchi scavati sulla pietra dai litodomi, singolari molluschi marini che trovano rifugio nelle rocce più dure forandole con la loro secrezione acida, quando il fenomeno causò il suo inabissamento. Poi è riemerso.
Tra le altre chiese di Pozzuoli, vanno ricordate quella della Purificazione in via Marconi, edificata nel 1702, a navata unica. La chiesa dell’Arcangelo Raffaele in via Rosini risale alla metà del Settecento e fu eretta nel luogo in cui sorgeva un piccolo convento dedicato a Santa Caterina d’Alessandria. La Chiesa del Purgatorio alle rampe Tellini fu edificata dalla Confraternita della Buona Morte nel 1639. La Chiesa di Sant’Antonio, in via Pergolesi, risale al 1472 e, a volerla, fu don Diomede Carafa, duca di Maddaloni. Fu restaurata più volte a partire dal 1540 quando, per iniziativa di don Pedro de Toledo, fu abbellita con due acquasantiere di pregio. La chiesa di San Vincenzo Ferrer è nota anche come Gesù a mare e risale alla prima metà del ‘500 e fu affidata ai Domenicani fino al 1806 e poi intitolata nel 1847: è a croce latina con cappelle laterali.
In Piazza della Repubblica c’è la Chiesa di Santa Maria delle Grazie, la più antica parrocchia di Pozzuoli dopo quella del Duomo. Le sue vicende sono legate al bradisismo e all’eruzione del Monte Nuovo del 1538, evento che danneggiò la piccola chiesa esistente. Va ricordato che per l’effetto del bradisismo discendente rimase allagata, insieme al borgo, e fu abbattuta e poi ricostruita con un elegante stile neorinascimentale.
Da Pozzuoli ci si sposta, costeggiando il Lago d’Averno, il luogo evocativo per eccellenza, tra Omero e Virgilio, del culto dell’oltretomba: era ritenuto l'ingresso all’Ade. Di origine vulcanica, profondo al centro circa 34 metri, nel 37 a.C. il lago, su ideazione dello stratega Marco Vipsanio Agrippa, durante la guerra civile tra Ottaviano e Sesto Pompeo, fu collegato al mare mediante il lago Lucrino, con un ampio canale navigabile, per realizzarvi un colossale arsenale, Portus Julius, oggi in gran parte sommerso per effetto del bradisismo. Lungo la sponda orientale del lago si ammira la grandiosa sala termale, a pianta ottagonale all’esterno e circolare all’interno, nota come Tempio di Apollo, di età adrianea, coperta da una cupola con un diametro di circa 38 metri, di poco inferiore a quella del Pantheon a Roma. Un edificio imponente e maestoso.

CUMA

Sulle origini della città, l'ipotesi più accreditata è che fu fondata intorno nell’ottavo secolo a.C. dagli abitanti della vicina Pithekoussai (Ischia) provenienti dalle città euboiche di Calcide ed Eretria. In breve tempo divenne una città fiorente e potente, ed estese la sua influenza sul golfo flegreo e quello partenopeo. La sua storia, come si è detto, con la caduta nelle mani dei Campani (421 a.C.), si fonde con quella di Dicearchia. Poi, quando Puteoli divenne il porto principale di Roma, decadde rapidamente in breve tempo e fu ricordata solo per la presenza dell’Antro oracolare della Sibilla, in quello che è oggi il Parco Archeologico di Cuma. Questo monumento portato alla luce nel 1932, scavato nel tufo, affascina per la misteriosa atmosfera che lo avvolge. Virgilio, nel sesto libro dell’Eneide, riteneva che proprio qui bisogna cercare la sede della leggendaria, terribile sacerdotessa di Apollo. Ma, a giudizio di alcuni studiosi, potrebbe trattarsi anche di un raro esempio di architettura funeraria di ispirazione cretese-micenea. Un corridoio (dromos) lungo più di 130 metri (largo 2,40 e alto circa 5 metri), di perfetto taglio trapezoidale e illuminato da sei aperture laterali, conduce in un ambiente arcuato nel quale si affaccia un altro più riposto. Altri studi recenti attribuiscono alla struttura una funzione difensiva della sottostante area portuale. Alla sua destra si apre la Cripta Romana; a sinistra c’è la via Sacra, disseminata di antichi reperti greci, romani e medievali che incorniciano la splendida veduta sulle isole di Ischia e Procida. Su questa via si incontra il Tempio di Giove, costruito sul punto più alto dell’acropoli: del tempio greco (V sec. a.C.), rimane soltanto il tracciato del podio. Nel V secolo fu trasformato in basilica cristiana, della quale sono rimaste cospicue tracce e l’originale vasca del battistero. Sulla terrazza inferiore si trova il Tempio di Apollo, la cui leggendaria costruzione è attribuita al mitico Dedalo, che qui atterrò dopo il favoloso volo da Creta, e del quale rimangono poche tracce nel basamento, (anch’esso fu adattato a chiesa cristiana nel V secolo).
Si costeggia il Lago Fusaro, nel quale si specchia la Casina Vanvitelliana. Vero gioiello dell’architettura del Settecento, fu voluta da Ferdinando IV di Borbone, come casino reale di caccia e come pegno d’amore per la seconda moglie morganatica Lucia Migliaccio, duchessa di Floridia. Fu Carlo Vanvitelli a progettarla nel 1782 con una leggerezza che si moltiplica grazie all’effetto speculare del bacino lacustre, che era la mitica palude di Acherusia. Evidenzia una raffinatissima concezione architettonica, tanto da somigliare a una pianta acquatica galleggiante. Fu saccheggiata durante i moti del 1799 e lesionata dai terremoti, ed è stata restaurata nel 1991. Un famoso dipinto di Hackert (si conserva al museo di Capodimonte) la ritrae nella sua spettacolare suggestione del tempo. Ospitò anche Metternich e lo zar di Russia, Mozart, Rossini e Vittorio Emanuele III.

BAIA

Il nome dell’insenatura è legato al leggendario viaggio di Ulisse che qui seppellì il suo compagno Bajos. Fu l’approdo di Cuma e, soprattutto, la località flegrea più esaltata, decantata e frequentata per le sue delizie ambientali e per le preziose sorgenti termali. Un luogo di villeggiatura frequentato da ricchi patrizi e intellettuali. Non caso il grande Orazio scrisse: «Nulhes in orbe sinus Bais praelucel amoenis» («Nessun luogo al mondo supera in bellezza la ridente Baia»). Come è noto, per effetto del bradisismo, gran parte della città antica è stata sommersa dal mare. Lungo il percorso per Baia si profila il Monte Nuovo, collinetta vulcanica di 140 metri di altezza che deve la sua fama al fatto che si formò in poche ore durante l’eruzione del 29-30 settembre 1538, che seppellì il villaggio termale di Tripergole e causò lo spopolamento di Pozzuoli: è il monte più giovane d'Europa. Alle sue pendici è stata inaugurata, nel 1996, una interessante Oasi Naturalistica, allo scopo di tutelare le risorse geologiche, botaniche e zoologiche dei Campi Flegrei. Poi si ammira il Lago Lucrino: qui i Romani scavarono le prime grotte di tufo per utilizzare le proprietà terapeutiche delle fumarole vulcaniche e costruirono ville sontuose e, ovviamente, molti impianti termali su sorgenti termali molto calde (l’acqua sgorga a una temperatura che oscilla tra 58 e 74 gradi) che ancora oggi vengono sfruttate in moderni stabilimenti. Avvicinandosi a Baia si passa per Punta dell’Epitaffio: la veduta è davvero speciale e copre un formidabile sito archeologico che è appunto il Parco Archeologico Sommerso che si può visitare a bordo di tipici battelli dal fondo trasparente, dai quali si possono ammirare i resti del più importante luogo termale dell’Impero, la «Pusilla Roma» (così chiamavano Baia). Di fatto il complesso del I-IV secolo d.C. è ancora da identificare nelle sue funzioni per le particolari tipologie distributive degli ambienti. È evidente, invece, la destinazione termale di alcune sale, tecnicamente molto elaborate, come la cupola del Tempio di Mercurio. Poi, la Villa dell’Ambulatio, il cosiddetto complesso della Sosandra (Afrodite Sosandra era la «protettrice di uomini»), i templi di Diana e Venere.
I reperti, tra statue, mosaici e decorazioni sono custoditi nel Castello Aragonese di Baia, dove è allestito il Museo Archeologico dei Campi Flegrei, emblema di questa Terra del Mito. Il castello fu costruito in una posizione strategica su un promontorio di tufo, per dominare tutto il golfo di Pozzuoli e il braccio di mare che comprende le tre isole partenopee. Fu eretto sulle rovine di una villa romana (i resti si vedono dal mare) ed era una fortificazione esemplare per l’epoca, con mura, fossati e ponti levatoi, di fatto inespugnabile. La sua costruzione cominciò, con altre opere del sistema difensivo predisposto dal re Alfonso di Aragona, nel 1495, in previsione dell’invasione di Carlo VIII. Il viceré don Pedro de Toledo fece effettuare opere di ampliamento tra il 1538 e il 1550. In due grandi sale del museo è ospitata la ricostruzione del famoso Sacello degli Augustali e una serie di gessi recuperati nelle terme di Sosandra (alcune decine di frammenti riconducibili a noti pezzi originali greci in bronzo) e una splendida copia di Afrodite che è stata rinvenuta a Miseno nel 1980. Tra le statue, spiccano quella equestre di Minerva, di Tito e Vespasiano, lastre e incisioni. Al suo interno è stato ricostruito lo splendido e celebre Triclinium-Ninfeo di Punta Epitaffio, la sontuosa sala da pranzo imperiale, circondata da busti scultorei, scenografiche ricreazioni di ambienti e una ricca decorazione di sculture quali l’Ulisse con i compagni e il Ciclope Polifemo.
Altre importanti e imponenti testimonianze dell’antica Baia sono visibili tra la collina e il mare: resti di lussuose ville private, piscine e aule termali, i cosiddetti templi d i Diana e Venere e le Terme di Mercurio. Il parco archeologico si estende su un’area di 14 ettari divisi in tre settori. A sud c’è l’apparato delle Terme di Venere che si estendeva fino al tempio della dea della bellezza. Al centro ci sono le Terme dell’Afrodite Sosandra, con residenze e giardini porticati un tempo un tempo adorni di mosaici, statue e pitture policrome. A est ci sono le Terme di Mercurio con i resti di un frigidarium.

BACOLI

Dal Castello si prosegue per Bacoli e s’incontra il rudere conosciuto come la Tomba di Agrippina, la madre di Nerone (più propriamente doveva essere un piccolo teatro legato a una villa romana). Una tappa s’impone a questo punto alle cosiddette Cento Camerelle o Prigioni di Nerone, un impianto enorme a due cisterne che costituivano l’articolato e complesso impianto idrico della sontuosa villa di età repubblicana (primo secolo avanti Cristo) di Ortensio Ortalo. Si possono visitare al piano inferiore molti affascinanti cunicoli comunicanti scavati nel tufo, alti circa quattro metri e rivestiti con uno spesso strato di intonaco impermeabile. L’odierno centro abitato di Bacoli (sull’origine del nome ci sono due ipotesi. Da vacua, «terra incolta e deserta» e boaulia, «stalla di buoi», in ricordo della sosta di Ercole con gli armenti sottratti a Gerione) si sviluppò intorno alla chiesa di Sant’Anna e divenne un Comune autonomo il 19 marzo 1919.
Usciti da Bacoli la strada conduce a Capo Miseno, promontorio che, seguendo il racconto di Virgilio, vide annegare l’araldo di Enea, che si chiamava, appunto, Miseno. Già porto cumano, ebbe un posto preminente nell'organizzazione militare augustea. Su ideazione di Marco Vipsanio Agrippa vi fu installata la base navale del Tirreno. Tra i prefetti della Classis Misenensis si ricordano Tiberio Claudio Aniceto che mandò i suoi sicari a trucidare Agrippina, madre di Nerone, e Plinio il Vecchio che morì durante l'eruzione del Vesuvio (79 d.C.). Tra le sontuose ville primeggiava quella del dittatore Caio Mario, poi acquistata da Lucullo, dove morì, nel 37 d.C., l'imperatore Tiberio. La testimonianza del passato della zona più affascinante è la Piscina Mirabilis: un immenso bacino scavato nella prima Età augustea. Si tratta di un’opera idraulica davvero unica, la più grande cisterna dell’antichità lunga 70 metri, larga 25,5 e alta 15), costruita per raccogliere le acque del Serino che venivano destinate agli approvvigionamenti della flotta imperiale di stanza proprio a Miseno. Il primo insediamento fu infatti fondato da Augusto nel 31 avanti Cristo come colonia militare. Lungo la via Dragonara sono ancora visibili i resti delle Terme Pubbliche, il Sacello degli Augustali (risale all’età giulio-claudia) e, sulla spiaggia, la Grotta della Dragonara, scavata nel tufo e rivestita di opus reticulatum con intonaco di cocciopesto, è una cisterna divisa in cinque navate: una riserva per l’acqua dolce destinata alla flotta. Miseno, comunque, è una località balneare molto frequentata con spiagge e stabilimenti.

GUSTO

A tavola con il mito, completamente integrati nell’atmosfera dell’otium romano? Forse non è più possibile, ma i cuochi dei Campi Flegrei hanno comunque saputo rinnovare i fasti dei gourmet imperiali, adattando le materie prime alle necessità dei tempi moderni. In fondo, tranne qualche dettaglio (ad esempio il leggendario garum non viene più usato, ovviamente, in cucina), c’è ancora un trionfo di cozze, vongole, ostriche, pesci pregiati ed erbe aromatiche, con legumi antichi come le lenticchie, a trionfare nel menu, che si conclude con un corollario di saporite e croccanti mele annurche originarie proprio della zona agro-puteolana. A proposito dei mitili, oggi certificati dagli impianti di stabulazione, va ricordato che hanno caratterizzato non poco l’economia locale. Tutto cominciò quando la presenza fumarole e di acque calde termali che riemergevano un po’ ovunque, ben conosciute in epoca romana, accese la luce nella mente geniale di Sergio Orata che, nel lago di Lucrino, realizzò il primo impianto industriale per la coltivazione delle ostriche. Un’idea straordinaria, tant’è che proprio l’effigie dell’ostrica era presente in buona parte delle monete cumane. Ma la storia della mitilicoltura flegrea è proseguita tra fortune alterne. I laghi furono sfruttati in modo intensivo. Poi, dopo un lungo periodo buio, bisognerà aspettare Ferdinando IV di Borbone che pensò di rilanciare gli allevamenti nel Fusaro: in breve tempo ci si accorse però che ostriche e cozze insieme erano incompatibili. Così l’allevamento di cozze si trasferì a Capo Miseno e dintorni: i pescatori della zona le mangiano crude con la mollica di pane e un po’ di succo di limone spremuto fresco. Un classico. Di recente, va detto, nel Fusaro è stata riorganizzata la produzione di cozze con buoni risultati. Il processo di crescita viene controllato attentamente in ogni sua fase e si prolunga da ottobre, dopo l’inseminatura, fino a maggio, quando le cozze sono ormai pronte per la vendita e per terminare il loro percorso in una profumatissima «impepata», in una zuppa di pesce, o in abbinamento con la pasta.

Impepata di cozze

In principio furono i mesi senza la «R» nel nome che, secondo la tradizione, sono quelli da preferire per gustare al meglio le cozze. L’impepata è semplicissima. Ovviamente le cozze vanno spazzolate e pulite per bene poi, in un tegame, con un po’ d’aglio a spicchi, una volta scaldato l’olio, si aggiungono i frutti di mare. Si copre con un coperchio e si lascia per qualche minuto a fuoco vivace fino a quando le cozze si saranno aperte. A fine cottura si aggiunge il pepe nero macinato fresco e un po’ di prezzemolo tritato (se piace). Far mescolare il sugo e le cozze, agitando il tegame, e servirle ben calde.

SHOPPING

Le gallerie d’arte, alcune di chiara fama; i laboratori d’arte contemporanea e di pittura; le botteghe artigiane, tra personaggi eclettici e luoghi visionari: ecco dove si possono fare incontri divertenti e acquisti interessanti. Non mancano i decoratori (a mano) su vetro, i ceramisti, i maestri del legno che sanno liberare la fantasia in un modo accattivante. Ma è sul versante enogastronomico che i Campi offrono variazioni di successo sul tema, per invitare all’acquisto di un qualcosa che è molto più di un ricordo di viaggio. Se c’è chi si dedica alla produzione di liquori d’erbe o marmellate, rivolgendosi a una clientela prevalentemente turistica, è soprattutto nel settore del vino la varietà dei prodotti (non solo per gli specialisti, ma anche per nasi e palati «normali») che c’è l’imbarazzo della scelta. Andare per cantine è infatti un’esperienza affascinante, nel cuore della DOC Campi Flegrei che si riassume nella storia essenziale di due vitigni, la falanghina e il piedirosso, che sono coltivati in contesti paesaggistici davvero speciali. Anche in questo caso si entra a contatto con una storia millenaria, perché gli intellettuali romani, da Catone a Columella, già descrivevano con grande chiarezza le peculiarità organolettiche dei vini del territorio. Bottiglie firmate da aziende che hanno trovato ottimi mercati non solo in Italia ma anche all’estero, che sanno esprimere una precisa identità millenaria. Basti pensare alla falanghina che deve il suo nome alla «falange», cioè al palo di sostegno intorno al quale avviene il progressivo lo sviluppo della vite: è la caratteristica della viticoltura flegrea con il sistema di allevamento a «spalatrone».

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