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Napoli

Lo scrittore Norman Douglas raccontava con passione di specialissime correnti marine che, nel Mediterraneo, si muovono costantemente verso la Campania: quelle correnti accompagnarono anche le spoglie della sirena chiamata Partenope, fino al sito dove sarebbe sorta Napoli. Dalla panoramica via Petrarca, da Posillipo e dal ventricolo nobilissimo del cuore della metropoli di oggi, le correnti azzurre increspano ancora i contorni di quella che è insieme gouache e romanzo: i profili vicini e lontani di Ischia, Procida, Capo Miseno, Capri, la Penisola sorrentina; e poi la «cartolina» del Vesuvio, il dedalo urbano svelato dalle torri orientali della city, i palazzi, i monumenti e le chiese di un immenso centro storico con le sue propaggini fortificate, dalla Certosa di San Martino e Castel Sant’Elmo al Maschio Angioino, al Castel dell’Ovo. E l’immaginario del viaggiatore contemporaneo si perde nei vicoli, dopo aver attraversato piazza del Plebiscito, sfiorando il Palazzo Reale, il Teatro San Carlo, e via Toledo, puntando qua e là alle sorprendenti macchie di verde di Capodimonte, agli orti e ai parchi posillipini e alle falesie costiere di tufo giallo. L’istantanea in movimento della «città di mare con abitanti», definizione emblematica di Luigi Compagnone, racconta di una sirena finalmente adulta ed europea che ha ritrovato nel suo mare lo slancio per sentirsi crocevia di rotte progressive. Napoli si lega al mondo, anche sulla spinta dell’incredibile patrimonio della napoletanità creativa, artigianale, di classe, non oleografica, che ha varcato le frontiere. Segno di una originalità che non rinuncia però a specchiarsi nel riconquistato lungomare con i suoi lidi popolari e gli strusci serali di Mergellina, e senza dimenticare del tutto il mandolino e la serenata; e mai, di certo, il caffè, le sfogliatelle e il babà, continuando a celebrare la pizza migliore che c’è. Al di là dei cliché, i tempi di Napoli non sono mai uguali, e la velocità dei mutamenti è il segno di un attivismo leggibile nella poliedricità degli istituti universitari, di cultura umanistica e di ricerca scientifica, nella fibrillazione letteraria e nelle pulsioni artistiche testimoniate anche nelle stazioni della nuova metropolitana; e nella modernità classicheggiante conservata dagli eventi teatrali, musicali e mondani.

 

IL CUORE DI NAPOLI

napoliLa nascita della città risale alla prima metà del V secolo avanti Cristo. In quel tempo Cuma, diventata ormai la più importante colonia greca sulla costa dopo il trasferimento dei Calcidesi ed Eretriesi che si erano dapprima insediati a Pithekoussai (Ischia) spostò le proprie mire espansionistiche verso sud-est, dando vita a alla città nuova, ovvero a «Neapolis». Di fatto, fu ampliato un centro più antico, «Palaepolis», già abitato dalla gente di Rodi. Il legame con la grande isola dell’Egeo rimanda al mito di fondazione e all’arrivo delle spoglie di una delle sirene incantatrici di Ulisse, che si chiamava appunto Partenope.
L’itinerario essenziale non può non avere come punto di partenza la Piazza del Plebiscito, che è definita spazialmente dal porticato semiellittico della Chiesa di San Francesco di Paola e dal Palazzo Reale sui lati principali; su lati minori si stagliano Palazzo Salerno e il Palazzo della Prefettura, mentre nella adiacente Piazza Trieste e Trento si trova la Chiesa di San Ferdinando che completa il circuito monumentale dell’area con il Teatro San di San Carlo e la Galleria Umberto I.
La Chiesa di San Francesco di Paola, a pianta centrale con una cupola che richiama quella del Pantheon a Roma, fu eretta tra il 1817 e il 1846 come ex voto per il ritorno sul trono di Napoli di Ferdinando di Borbone dopo i moti napoleonici: un segno imponente del potere ritrovato. Domina la Piazza del Plebisicito sulla quale si affacciano le statue equestri in bronzo di Carlo III e di Ferdinando I.
Il Palazzo Reale è il simbolo della grandezza spagnola e fu costruito, su disegno del grande architetto Domenica Fontana, in un luogo strategico, non lontano dal porto e di fronte a una spianata perfetta per le parate militari e i grandi raduni di popolo. Era il 1600 e due anni prima Fernandez Ruiz de Castro era stato nominato viceré di Napoli da Filippo III. La facciata principale (di 169 metri), il cortile e parte degli interni conservano l’impianto del ‘600, ma nel tempo si sono ripetuti numerosi interventi di modifica, sotto i Borbone e fino al periodo napoleonico con Gioacchino Murat, per oltre duecento anni, con il coinvolgimento di altri notissimi architetti quali Luigi Vanvitelli e Ferdinando Fuga. Nel 1734 Napoli divenne la capitale del Regno delle Due Sicilie e fu Ferdinando IV a dare un impulso forte al completamento del palazzo facendo costruire il Teatrino di corte, realizzato nel 1768 proprio da Ferdinando Fuga, e il braccio orientale, che è adibito dal 1927 a Biblioteca Nazionale. Percorrendo la Sala del Trono, la Sala degli Ambasciatori, la Cappella reale, si entra in un contesto di sfarzosità settecentesca: mobilio lavorato dagli ebanisti napoletani, arredi, tappeti e arazzi di fattura francese e della Reale Arazzeria di Napoli, dipinti del ‘500 e del ‘600 e opere pittoriche del periodo caravaggesco, porcellane, suppellettili e manufatti artistici di assoluto valore.
Collegato alla Reggia, c’è il bellissimo Teatro di San Carlo, il più antico teatro lirico del mondo, costruito per volontà di Carlo di Borbone e inaugurato il 4 novembre del 1737, giorno del suo onomastico. Il progetto fu redatto dagli architetti Medrano e Carasale. Un capolavoro. Un incendio lo devastò nel 1812 ma fu fatto ricostruire da Antonio Niccolini che lo dotò anche di due pozzi circolari profondi 70 metri per migliorarne l’acustica. Vi fu fondata la prima scuola di ballo italiana  e ospitò molte delle prime rappresentazioni di importanti opere di Rossini, Verdi, Bellini, Donizetti. Può accogliere 1380 spettatori.
Di fronte al teatro c’è un punto di ritrovo tradizionale, la Galleria Umberto I che evidenzia, con la sua pianta a croce, una struttura neorinascimentale tipica della fine dell’Ottocento: si rifà infatti alla Galleria Vittorio Emanuele II di Milano. Al centro c’è una cupola alta 56 metri, mentre i quattro bracci sono sormontati da volte a botte. I pavimenti in marmi policromi con esedra centrale raffigurano i segni zodiacali e i punti cardinali.
All’uscita, si entra in via Toledo, che separa l’area portuale dai Quartieri Spagnoli, il nucleo abitativo a scacchiera che si allunga fino alla collina del Vomero. Qui il viceré Pedro de Toledo collocò gli acquartieramenti dell’esercito spagnolo e oggi, in un coacervo di vicoli pittoreschi, tra inconfondibili atmosfere popolari, vi si trova uno spicchio dell’identità napoletana.
Ma, per avviarsi verso l’irrinunciabile itinerario nell’immenso centro storico di Napoli, dichiarato dall’Unesco patrimonio dell’Umanità, bisogna raggiungere la Piazza del Gesù Nuovo: è l’inizio del cuore della città greco-romana, in un dedalo di strade e viuzze e vicoli che formano perfetti reticoli ortogonali. I tre decumani romani s’incrociano con i cardini. Qui ha inizio Spaccanapoli, che è il susseguirsi rettilineo di via Benedetto Croce, via San Biagio dei Librai e via Vicaria Vecchia.
La Piazza del Gesù è caratterizzata dalla Guglia dell’Immacolata con, sulla sommità, la statua della Vergine: fu costruita nel 1747 con i fondi di una raccolta pubblica promossa dal gesuita Francesco Pepe. Presenta una ricca decorazione, un esempio di lusso barocco che simboleggiava il potere religioso dell’ordine dei Gesuiti. Proprio i Gesuiti, del resto, avevano acquistato il quattrocentesco Palazzo Sanseverino, trasformandolo tra il 1584 e il 1601 nella splendida Chiesa del Gesù Nuovo. Il portale barocco ingloba quello del ‘500 di marmo bianco che risalta sul fondo grigio della caratteristica facciata a bugnato a punta di diamante del 1470. La pianta della chiesa è a croce greca a tre navate ed è un trionfo di stile e cultura barocca, tra marmi policromi e affreschi, quali di Francesco Solimena sulla controfacciata: La cacciata di Eliodoro dal Tempio. Gli interni furono allestiti con il contributo dei maggiori artisti dell’epoca attivi a Napoli: altre al Solimena, Luca Giordano, Cosimo Fanzago, Belisario Corenzio e molti altri.
A pochi metri c’è un altro dei luoghi più affascinanti di Napoli: il Complesso monumentale di Santa Chiara con la basilica e il monastero che fu tra i primi a essere costruiti nel centro storico. I sovrani Angioini agli inizi del Trecento lo destinarono ad accogliere le tombe di famiglia. Al cortile della chiesa, splendido esempio di gorico provenzale, si accede attraverso un imponente portale trecentesco, mentre il campanile conserva le originali forme gotiche che si ritrovano all’interno della basilica, completamente restaurata dopo l’incendio e gli effetti dei bombardamenti del 1943. Sull’unica navata della chiesa si affacciano venti cappelle (dieci per lato) mentre al centro del presbiterio ci sono i resti del sepolcro del re letterato Roberto d’Angiò (era il più grande monumento funebre medievale). Il Coro delle Monache fu decorato nel 1328 da Giotto (si conservano solo pochi frammenti): da qui si accede al giardino e al famoso Chiostro maiolicato delle Clarisse, opera – nel 1739 – di Domenico Antonio Vaccaro, ideatore della decorazione dei sedili con riggiole maiolicate firmate da Donato e Giuseppe Massa: vi sono raffigurate scene dei campi e marine che s’intersecano armoniosamente con i tralci di vite e i limoni del pergolato, in un trionfo di colori tra il blu, il verde e il giallo. Il Museo dell’Opera di santa Chiara conserva oggetti, sculture ed elementi decorativi della cittadella francescana: è stato ricavato dai resti in un edificio romano termale del I secolo.
Da via Benedetto Croce, ecco negozi, botteghe, in un rincorrersi di colori e profumi e sensazioni profonde, modernissime, giovani e antiche insieme. Sul percorso s’incontra il Palazzo Filomarino, teatro di scontri e distruzioni durante la rivoluzione partenopea del 1799. Nel palazzo visse e morì don Benedetto Croce, una delle maggiori voci della cultura italiana d’ogni epoca.
La Piazza San Domenico Maggiore è definita da un coro di palazzi nobiliari: Palazzo Casacalenda, Palazzo Petrucci, Palazzo Corigliano, Palazzo Sangro di Sansevero. La Guglia di San Domenico Maggiore è un punto di riferimento cruciale: fu edificata dopo la peste del 1656 in forme barocche (è opera del Fanzago e del Vaccaro)
San Domenico Maggiore è una delle chiese più importanti per antichità e ricchezza artistica. Fu frequentata da San Tommaso d’Aquino e Giordano Bruno. Costruita tra 1283 e il 1324 e ha ricevuto numerosi interventi di restauro. Nel Cinquecento i domenicani, con la loro tradizione erudita introdussero in quella cera diventata sede dell’università, gli insegnamenti di greco, diritto civile e diritto canonico. L’ingresso principale della chiesa è costituito da un portale trecentesco inserito tra due cappelle rinascimentali, mentre l’interno a tre navate con cappelle laterali presenta delle decorazioni neogotiche sovrapposte a metà Ottocento a quelle cinquecentesche. Custodisce opere di Luca Giordano, Mattia Preti, Francesco Solimena, Pietro Cavallino.
Nascosta in un vicoletto c’è la famosissima, piccola Cappella Sansevero, che ospita le opere, le alchimie e le realizzazioni del geniale Raimondo di Sangro principe di Sansevero, scrittore, letterato, inventore e sperimentatore, oltre che gran maestro della Massoneria: ristrutturò la cappella sepolcrale di famiglia nel 1710-1770 seguendo una complessa iconografia simbolica. Le statue della Pudicizia Velata, del Disinganno e la scultura del celebre Cristo Velato di Giuseppe Sammartino, conservano un eccezionale fascino misterioso.
Oltre Piazzetta Nilo a ridosso della zona universitaria, via san Biagio dei Librai evoca una storia secolare di tipografie e stamperie che animavano la vita culturale. Ci si inoltra tra bancarelle e negozietti, sfiorando palazzi come il Monte di Pietà e Palazzo Carafa; allungando lo sguardo all’ex convento dei Santi Severino e Sossio (poi Archivio di Stato di Napoli) che alla fine del Cinquecento ospitava Torquato Tasso, fino a incrociare San Gregorio Armeno, la rutilante via dei presepi, la gigantesca esposizione all’aperto di sugheri, modelli di legno e cartapesta che nel periodo natalizio diventa una sintesi della tradizione partenopea, il più colorato e originale mercato del mondo, quello dei pastori. Anche la Chiesa di San Gregorio Armeno, con il monastero, meritano una visita meditata: il primo nucleo è del secolo VIII sui resti di un tempio pagano, il rifacimento è del 1580.
La pianta della chiesa è a navata unica, il soffitto ligneo intagliato è solo uno dei tanti aspetti artistici di assoluto rilievo che si possono ammirare all’interno. Gli affreschi della controfacciata sono di Luca Giordano e rappresentano la storia delle monache armene, le fondatrici. Nella quinta cappella sono conservate le reliquie di Santa Patrizia, molto venerata dai napoletani: è una delle patrone della città e ogni martedì si ripete il prodigio della liquefazione del sangue.
Risalendo, si arriva al decumano centrale, via dei Tribunali, e la sosta è obbligata nella Chiesa di San Lorenzo Maggiore: è qui che il 30 marzo del 1336 Boccaccio incontrava la sua Fiammetta, al secolo Maria d’Aquino, figlia di Roberto d’Angiò. Carlo I d’Angiò la fece edificare a partire dal 1266 e fu terminata nel 1324, ma è stata più volte modificata. Le forme grandiose dell’interno per l’altezza e l’ampiezza sono tipiche del gotico francese cistercense: un arco trionfale separa la navata dal transetto. Gli scavi nel chiostro hanno portato alla luce le stratificazioni greche, romane e medievali. Nella sala del refettorio si raccoglievano di deputati napoletani e le autorità municipali, e il luogo divenne noto come Tribunale di San Lorenzo.
Va ricordato che tutta la zona corrisponde all’acropoli della città greco-romana e gli elementi abitativi millenari sono ancora visibili un po’ ovunque, tra basiliche paleocristiane e chiese medievali sovrapposte.
Dalla vicina e piccola piazza di San Gaetano, si accede alla Napoli Sotterranea, l’excursus nelle viscere della città (l’altro ingresso è a Piazza Trieste e Trento), un viaggio avvolgente e affascinante tra miti, leggende e molto altro, in un labirinto di cunicoli, cisterne e cavità che si estendono sotto tutto il centro storico, per diversi chilometri.
Non distante la Chiesa delle Anime del Purgatorio ad Arco, all’incrocio con via Nilo e via Atri, è una tappa di riferimento nel proteiforme circuito della devozione popolare: per le donne del quartiere la beata Lucia, che qui viene venerata, è il simbolo della fertilità. La chiesa è del 1616, quando fu edificata per il suffragio delle «anime in pena». Di gusto spagnolo la decorazione con teschi e tibie incrociate assieme a clessidre: una simbologia d’interesse antropologico che si lega ai motivi d’interesse della Chiesa di San Pietro ad Aram e il cimitero della Fontanelle alla Sanità. Notevoli le opere d’arte barocca.
Più avanti c’è il Complesso di San Pietro a Maiella che ospita il glorioso Conservatorio di Musica, uno dei più illustri d’Italia. Vanta una straordinaria biblioteca specialistica tra le più importanti al mondo per i materiali autografi.
Dalla vicina Piazza Bellini ci si sposta a Port’Alba, luogo eletto delle librerie, fino a Piazza Dante. Oppure si sceglie di continuare per via Costantinopoli (con le sue botteghe di antiquari) fino a raggiungere il Museo Archeologico Nazionale, tra i vanti culturali della città e tra i più importanti in assoluto per l’antichità classica, non solo in Europa. Attraverso una serie eccezionale di reperti, dalla Campania pre-romana alle testimonianze della Magna Grecia, si compie un itinerario storico indimenticabile. Da non perdere il Salone della Meridiana e il Gabinetto Segreto con la raccolta di temi erotici di età romana.
Sulla grande arteria di via Foria, spostandosi verso l’Albergo dei Poveri, si può osservare il muro monumentale dell’Orto Botanico. Fu istituito nel 1807, con un decreto di Giuseppe Bonaparte, come Reale Giardino delle Piante: è collegato all’Università ed è ricchissimo di collezioni e specie.
Tornando a ritroso a via Tribunali, scegliendo di proseguire a est, si giunge invece al Pio Monte della Misericordia, tra le più antiche istituzioni di assistenza e beneficenza della città fondata nel 1602: ospita una ricca collezione di opere d’arte nella Pinacoteca e, soprattutto, nella chiesa, le Sette opere di Misericordia, la tela di 390 x 260 cm che il grande Caravaggio eseguì tra il 1606 e il 1607. La chiesa ha una pianta ottagonale, con sette altari sormontati da altrettanti affreschi che fanno riferimento alle opere di misericordia corporale
Deviazione fondamentale è quella che conduce al Duomo. Fu edificato il stile gotico-provenzale e inglobò la cattedrale paleocristiana di Santa Restituta e il Battistero di San Giovanni Fonte del IV secolo. All’interno, lo splendido mosaico di Lello da Orvieto con la Madonna e i Santi Gennaro e Restituta: è del 1322. La facciata della cattedrale nuova è neogotica, ma i portali sono quattrocenteschi; nella lunetta centrale la Madonna col Bambino di Tino da Camaino. La pianta è a croce latina a tre navate, ed è una vera e propria pinacoteca di opere d’arte, una rappresentazione di fatto delle stratificazioni culturali millenarie della città. La Cappella Minutolo è considerata uno degli esempi più interessanti di Gotico a Napoli (il pavimento è a mosaico con animali). La Real Cappella del Tesoro di San Gennaro fu edificata in seguito a un voto offerto dalla città al santo patrono dopo l’epidemia di peste del 1656. Un capolavoro del Barocco: è qui che sono custodite le ampolle con il sangue di San Gennaro, in un contesto straordinario di arredi sacri, argenti, candelabri e reliquari, e il busto del Trecento tempestato di pietre prezioso: viene esposto a maggio e settembre durante la cerimonia di liquefazione del sangue. Gli affreschi della cupola sono opera di Giovanni Lanfranco; quelli delle volte, delle lunette e dei pennacchi sono di Domenico Zampieri detto il Domenichino. L’olio su rame dell’altare mediano che raffigura San Gennaro che esce illeso dalla fornace è di Jusepe de Ribera.
Con un salto ideale ci si sposta sul lungomare di Chiaia. Tra palazzi aristocratici e gallerie d’arte, negozi alla moda e squarci d’eleganza, è segnato dalla Villa Comunale, oasi verde, che era il Real Passeggio borbonico voluto da Ferdinando IV che chiese a Carlo Vanvitelli di progettarlo. È il primo giardino pubblico di Napoli, inaugurato nel 1781: una Villa Reale con pini, palme ed eucalipti, tra busti neoclassici e fontane, su un percorso che, al centro, vede spiccare la struttura liberty della Cassa Armonica in vetro e ghisa. La Stazione Zoologica Anton Dohrn, con l’acquario più antico d’Europa, è un centro di studi e ricerche di levatura internazionale. Fu fondato nel 1872 dal naturalista tedesco Anton Dohrn che intendeva divulgare la conoscenza della flora e della fauna marina.
Se si sceglie di inoltrarsi nel salotto buono di Napoli da piazza San Pasquale, si va per lo shopping a via dei Mille (dove c’è il Pan, il Palazzo delle Arti di Napoli nel settecentesco Palazzo Roccella), via Filangieri e via Carlo Poerio fino a Piazza dei Martiri, con una raggiera di stradine ricche di gallerie d’arte e di design, negozi griffati e d’antiquariato.
Se si prosegue per la Riviera di Chiaia, sul versante del mare, invece, c’è l’inconfondibile facciata neoclassica di Villa Pignatelli, circondata da un bel giardino: all’interno è ospitato il Museo Principe Diego Pignatelli.
La passeggiata sul lungomare procede fino a Mergellina con il suo porto turistico, che è la «porta» verso la collina di Posillipo, suggestiva e resa universale dalle opere dei famosi vedutisti dell’Ottocento, i pittori della Scuola di Posillipo. Dai parchi nobiliari della zona spuntano numerose ville prestigiose quali Villa Rosbery, residenza del Presidente della Repubblica; Villa Pierce, il Palazzo Donn’Anna del ‘600. Tappa obbligata, poi, la discesa al mitico borgo di Marechiaro, villaggio di pescatori collegato con una serie di tornanti: qui c’è la mitica «finestrella» che evoca la canzone di Salvatore Di Giacomo. Caratteristico è, infine, anche il borgo del Casale, che risale al Duecento, con le sue tipiche piazzette e stradine.

ALTRI LUOGHI STORICI

Il Museo di Capodimonte ha un’origine storica legata alla nascita del Regno indipendente delle Due Sicilie. Era il 1734. Addio al vicereaem spagnolo, Carlo III di Borbone divenne il re e Napoli fu catapultata in una dimensione politica che assumeva importanza parallela a quella culturale già da secoli espressa in Europa. In questo scenario, la ricchissima collezione Farnese, duchi di Parma e Piacenza, ai quali Carlo III apparteneva dal ramo materno, venne trasferita a Napoli e, per ospitarla, il re decise di costruire – affidando l’incarico a Giovanni Antonio Madrano - una nuova villa in zona panoramica, sulla collina di Capodimonte, immersa nei boschi, caratterizzata da una ordinata sequenza di sale di rappresentanza e da una galleria espositiva a doppia altezza. L’architetto Ferdinando Sanfelice si occupò della sistemazione del verde e dei giardini e progettò anche la Casina delle Porcellane nella quale fu trasferita anche la Real Fabbrica delle stesse porcellane. Numerosi i cambiamenti si sono succeduti fino al viceregno di Murat che razionalizzò il progetto museale, sull’esempio del Louvre e del British Museum, idea che sarà completata dopo il ritorno al trono dei Borbone. Con l’Unità d’Italia, i Savoia arricchiscono di nuovi capolavori la galleria. Nel 1995 la risistemazione più recente ha ridato risalto alle collezioni farnesiane con dipinti di Bellini, Correggio, Parmigianino, Tiziano, Pieter Bruegel, che si coniugano con la magnificenza delle opere di Masaccio, Caravaggio e molti altri maestri. Di notevole rilievo, sul versante dell’arte decorativa, è il salottino di porcellana di Maria Amalia di Sassonia, moglie di Carlo di Borbone, composto da oltre tremila pezzi.

Castel Nuovo, che domina la città dal lato del mare, è meglio conosciuto come il Maschio Angioino. Fu costruito da Carlo I d’Angiò alla fine del secolo XIII e fu la sede della celeberrima corte di Roberto d’Angiò, frequentata da Giotto, Petrarca e Boccaccio. Alfonso d’Aragona lo rinnovò completamente (a partire dall’Arco di Trionfo di accesso: un portale marmoreo tra le più importanti testimonianze del Rinascimento) e affidò l’opera all’architetto catalano Guillermo Sagrera. La Cappella Palatina, all’interno, esprime il valore dell’arte gotica napoletana, sullo stile di Santa Chiara, e fu affrescata da Giotto e dalla sua scuola con storie del Vecchio e Nuovo Testamento di cui rimangono pochi frammenti. Il castello è rimasto per secoli il centro della vita politica cittadina e nel 1799 vi venne proclamata la nascita della Repubblica Partenopea. La Sala dei Baroni (teatro della congiura contro gli Aragonesi del 1485) è la sede del Consiglio Comunale. Ospita anche il Museo Civico.

Il profilo a stella a sei punte della strategica roccaforte di Castel Sant’Elmo, sulla collina di San Martino, è inconfondibile. Era l’antico Belforte angioino, voluto nel 1329 da Roberto d’Angiò. Da quando, poi, il viceré Pedro de Toledo lo fece ristrutturare è stato il centro della storia politico-militare della città. Dai suoi spalti si gode di un panorama a dir poco spettacolare.

La Certosa di San Martino, contemporanea a quella di Padula, rientra nel contesto del mecenatismo religioso angioino e testimonia l’espansione dell’ordine dei monaci benedettini. Con la Controriforma, nella seconda metà del secolo XVII, ci furono molteplici cambiamenti agli ambienti, rimodernati con gusto sontuosamente manieristico, barocco e rococò. Ospita innumerevoli capolavori architettonici, pittorici e scultorei: l’interno della chiesa è ricchissimo di decorazioni e dipinti. Nell’annesso museo sono conservate porcellane, modelli navali, vedute pittoriche di Napoli, ritratti dei Borbone, opere del Cinquecento e del Seicento, nature morte, dipinti della Scuola di Posillipo e la caratteristica collezione presepiale del Settecento, memorabile.

Il Castel dell’Ovo, al borgo marinaro, in origine era una villa luculliana, poi trasformata in convento e fortezza normanna; quindi in prigione sveva, residenza angioina e aragonese. Sorge su un’isoletta tufacea, Megaride, e prende il nome dalle credenze medievali nelle arti magiche di Virgilio: al poeta si faceva risalire l’incantesimo che legava la vita del castello a quella di un uovo posto in una gabbia di ferro sospesa.

GUSTO

Se si parte dal refrain di una nota canzone, allora si parte dalla fine: dal dolce (di zucchero) che sta sul fondo della tazzina di caffè. Cos’è la napoletanità senza la tazzulella di caffè? E senza la sfogliatella riccia? E senza il babà? Non sono consuetudini abusate: sono fatti. Da assaporare a occhi chiusi. E la pizza? Questo morbido disco d’impasto cotto nel forno a legna, coronato dalla mozzarella o dal fiordilatte e dal basilico; o dal pomodoro e dall’origano, e condito con effetti mirabolanti di fantasia e cose buone, non si smette mai di divorarlo, ovunque: in pizzeria; on the road, «piegata a libretto» come si faceva una volta; o in formato ridotto nelle sempre più diffuse pizzetterie, fast food della storia breve e del futuro. Una pizza che è anche fritta, che è «calzone», o «a pallone», con due dischi sovrapposti e imbottiti di ricotta e «ciccioli» di maiale. Sembra difficile pensare a qualcosa di più calamitante per il palato. Eppure siamo solo, in qualche modo, a una sorta di antipasti. L’universo culinario napoletano è davvero infinito, e non tanto per i golosi, perché non bastano solo… la pizza e soprattutto i maccheroni e tutte le declinazioni della pasta per evocarlo, ma le grandi materie prime, marinare e terricole (le verdure, le «foglie, gli ortaggi), che completano i menu. Prodotti che confinano con il sublime e sposano perfettamente le esigenze non solo dei cuochi ostinatamente tradizionali delle osterie e dei «vini e cucina» ma, soprattutto, favoriscono le conquiste di quanti scalano le vette internazionali della gastronomia con ardite elaborazioni che sconfinano nell’arte e nel design. Restando concreti, si possono ricordare le alici dorate e fritte e la zuppa di soffritto; il fritto misto alla napoletana e gli spaghetti alle vongole veraci; e, ancora, la frittata di spaghetti o, soprattutto, il sartù di riso, i moscardini «al pignatiello» e il gattò di patate, passando per una braciola di maiale al ragù, per un’insalata di rinforzo, senza rinunciare – in questo elenco appena approssimativo – a una profumata pastiera. Napoletana, naturalmente.

Il ragù

Il piatto totemico della città si prepara con carne di manzo o maiale, cipolle, concentrato di pomodoro, lardo, strutto, olio extravergine d'oliva, vino rosso, aglio, sale e pepe, utilizzando un tegame di terracotta nel quale, dopo aver tritato il lardo con l’aglio, si mette la carne legata con lo spago da cucina insieme alla cipolla tritata, l’olio e un pizzico di pepe. Si copre e si fa cuocere a fuoco bassissimo per circa un’ora, girando di tanto in tanto la carne. Poi si versa il vino poco alla volta e, sempre con attenzione, dopo aver aumentato un po’ la fiamma, si aggiunge il concentrato sciolto in pochissima acqua e, dopo, due o tre mestoli d'acqua. Si abbassa la fiamma e si fa cuocere per un paio d’ore, curando la quantità del liquido. Il segreto? Il bollore deve somigliare a un flebile crepitio, il «pippiare» napoletano. Quando la carne è cotta, tagliata a fette, va servita a parte come secondo.

SHOPPING

Una gita a Napoli non è completa se non si percorre San Gregorio Armeno per scegliere i pastori, a prescindere (citando Totò) dal periodo natalizio, in una dimensione – quella dei Decumani – che è come «un presepe nel presepe» in un riflesso moltiplicato di specchi. Presepi e pastori che continuano a essere rappresentazioni immaginifiche della nascita di Gesù, documenti e finestre sulla vita di duemila anni fa, ma anche un gran teatro aggiornato di colori e umori della contemporaneità, con l’innesto continuo di nuove figure di terracotta, di nuovi idoli resi tali dalla cronaca, dallo spettacolo e dalla teatralità della realtà mediatica. Il presepe napoletano è tutto questo e altro ancora, e ciò spiega il suo posto sul podio dei simboli da catturare come ricordo di un soggiorno nel cuore di Napoli. Il  suo successo fa pendant con quello della porcellana di Capodimonte, merito della bravura degli artigiani di rendere unici i prezzi prodotti, grazie alla qualità dell’impasto, alle decorazioni raffinate fatte a mano e al rivestimento superficiale, compatto, che rende brillanti i colori. Una produzione artistica, quella della porcellana, che si è conservata: ha abbandonato le forme e le tipologie originarie (piatti e statuine) per orientarsi verso scelte più commerciali, quali gli articoli da regalo, le bomboniere, i cestini di fiori, i pezzi d’arredo e i soprammobili, che mantengono il loro fascino e si trovano nelle botteghe specializzate. Ma lo shopping in città offre una fantastica galleria di tantissimi altri talenti e maestri della manualità, tra oggetti, personaggi e luoghi di culto noti nel mondo. Che dire, ad esempio, de i cravattai, con le loro cravatte dalle sette pieghe che evocano fiabe e miti futuri; e poi i sarti e le camiciaie, gli artigiani dei guanti, delle scarpe, delle borse e i gioiellieri, i grandi librai e gli antiquari, gli artisti, gli inventori e creatori di tutto un po’, tra botteghe, atelier, show-room che sono come templi del «fatto a mano», e rappresentano un universo che la Napoli nobilissima continua a mettere in vetrina in un tourbillon di fantastiche griffe e nuovi nomi, grandi firme del domani.

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