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Pompei e l' area vesuviana

Il pennacchio di fumo grigio sul Vesuvio, il vulcano ammaliante che svetta sulle vedute del Golfo partenopeo è sparito da un bel po’. Ma l’imponenza del cono che si specchia nel mare, all’alba o al tramonto, abbaglia lo sguardo che poi si perde nella brulicante teoria della fascia metropolitana, scivola sulla lava levigata, e s’insinua tra i boschi fitti, le colline agricole e i vigneti dorati che coronano la montagna. Da questa visione si sprigiona un’idea di complessità affascinante perché, oltre l’icona e il mito, oltre la pittura e la poesia, si percepisce un patrimonio territoriale ricchissimo di sorprese da conoscere con una sensibilità nuova, e da valorizzare in modo compiuto. Da Ercolano a Torre del Greco, da Torre Annunziata a Pompei con la sua città-giacimento che è tra i siti più famosi e frequentati al mondo, fino a Castellammare di Stabia, si alternano località che vantano un’identità originale. Un condensato di peculiarità geologiche e naturalistiche, che si uniscono a quelle storiche e archeologiche; alla creatività artistica dei talenti che abitano le città alle pendici; ai magnifici artigiani del corallo e dei tesori rivieraschi, che fanno il paio con gli esemplari maestri del grano e della pasta. Attraversando terre fertili e coloratissime di pomodori e di frutti, tra giochi d’acqua miracolosa e terme antichissime, si entra in una dimensione densa di consapevolezze culturali, economiche e turistiche che si rinnovano e invitano a immaginare un futuro sempre più interessante.

ERCOLANO

Da Napoli, percorrendo l’antica via Reggia di Portici conosciuta come la Strada del Miglio d’Oro si arriva a Ercolano, che è la prima porta verso il Parco Nazionale del Vesuvio. I crinali del vulcano si possono esplorare con l’ausilio di guide esperte attraverso una rete di sentieri che consentono di apprezzare un’infinità di specie arboree e floreali della macchia mediterranea (900 specie autoctone), ma anche le colate laviche che si sono stratificate nel tempo, in seguito alle eruzioni, a partire da quella del 79 descritta da Plinio che seppellì Ercolano e Pompei, a quelle del 1631, 1737, 1794, 1822, 1906 fino all’ultima del 1944. Grazie ai segni tangibili di quelle colate (la pietra lavica), lungo la strada che conduce al cratere, dal 2005 il Vesuvio si è trasformato, di fatto, in un museo a cielo aperto non solo per il bellissimo paesaggio e per i formidabili rimandi storici, mitologici, ma anche perché i tornanti che portano al Gran Cono (1282 metri sul livello del mare con un diametro di 700 metri, profondo 230) ospitano gigantesche sculture di dieci grandi artisti, molto apprezzati sulla scena internazionale, che hanno lavorato con perizia e inventiva proprio la pietra lavica. Una mostra permanente della lava vulcanica vesuviana che è anche un paradigma della sapienza del fare. «La creatività degli artisti ha trovato una simbiosi perfetta, molto più di una collaborazione, negli scalpellini vesuviani, artisti del taglio della pietra e conoscitori delle energie interne che ogni pezzo di pietra porta con sé», come ha scritto Jean-Noël Schifano nel delineare le caratteristiche di questo progetto unico al mondo.
Uno dei luoghi più caratteristici di Ercolano è il mercato di Resina, tra botteghe artigiane e negozi specializzati in abiti usati: è tra i più grandi d’Italia. Sul Corso Resina si incontrano alcune delle più belle ville del Miglio d’Oro, le dimore aristocratiche costruite nel secolo XVIII: in totale sono ben 122 quelle censite tra San Giovanni a Teduccio fino a Torre del Greco. Tra queste, una tra le più note è Villa Campolieto. Ovviamente Ercolano è nota in particolare per i suoi scavi archeologici nella città sepolta dall’eruzione del Vesuvio dell’anno 79. Le campagne di scavo ebbero inizio nel 1738, ma la fama della città uscita dal fango fu ben presto soppiantata da quella di Pompei che dista poco meno di 20 chilometri. All’interno del parco archeologico, di notevole interesse è la Villa dei Papiri (vi furono trovati oltre mille papiri custoditi oggi nella sezione Papiri Ercolanesi della Biblioteca nazionale di Napoli), che appartenne a Lucio Calpurnio Pisone, padre di Calpurnia, che era la moglie di Giulio Cesare.

TORRE DEL GRECO

Sulla strada per Pompei, si passa per la popolosa «Città del corallo», che è il protagonista prezioso della storia locale celebrata anche in musei come quello realizzato nel 1986 da Basilio Liverino in una cavità lavica a sei metri di profondità (la collezione di coralli e cammei è composta da più di un migliaio di pezzi ed è tra le più importanti del mondo); e quello ospitato presso lo storico Istituto Statale d’Arte. La pesca del corallo si pratica da tempi remoti e i marinai torresi hanno solcato nei secoli tutte le rotte mediterranee, con disinvoltura, dall’Africa alla Sardegna e alla Corsica. Nel Cinquecento vantava una flotta di quattrocento imbarcazioni dedicate. La pesca venne incentivata da Ferdinando IV di Borbone che, nel 1790, dette vita alla Reale Compagnia del Corallo, e il giurista Michele de Iorio ebbe il compito di redigere il Codice Corallino, con norme che ne regolavano il commercio. Secondo gli studiosi, il nome della città deriva da Turris Octava, in quanto all’ottavo miglio romano, lungo la strada conoslare, si ergeva una torre di avvistamento. Il toponimo fu poi trasformato in epoca medievale, tant’è che in un documento in latino del 1324 si fa riferimento a «Torre Octava volgarmente detta del Greco», probabilmente in virtù dell’abbondante produzione di vico greco nella zona. Abitata in epoca antichissima, l’area di Torre del Greco ha subìto anch’essa numerose trasformazioni, effetto delle eruzioni del Vesuvio che più volte l’hanno devastata: la più disastrosa fu quella del 1794, al culmine di un periodo di grande prosperità economica che era cominciato nel secolo XVI. La colata lavica distrusse gran parte dei quartieri e seppellì molte chiese. Molti edifici storici sono stati ricostruiti proprio dopo quella data.

TORRE ANNUNZIATA

Era l’antica Oplontis con il suo lussuoso complesso residenziale risalente al I secolo avanti Cristo – anch’esso distrutto dall’eruzione del 79 – attribuito a Poppea Sabina, seconda moglie dell’imperatore Nerone: fu portato alla luce con una campagna di scavi avviata nel 1964. Qui l’eruzione innescò un millennio di abbandono e la zona fu ricoperta da una fitta e oscura boscaglia, fino a quando Carlo I d’Angiò decise di donare alcune terre del bosco al conte Pandolfo di Sassonia che a sua volta lo cedette alla Badia di Regal Valle. Poi, durante il regno di Carlo II, alcuni abitanti chiesero al re che fosse concesso un terreno per costruire una chiesa in onore della Vergine Annunziata e una borgata, nei cui pressi fu eretta la Torre dell’Annunciata. Da qui il nome della città, nota da tempo anche per i suoi pastifici. Infatti già nel Cinquecento erano attive le prime trafile di bronzo per fare i maccheroni.
Restando in tema di suggestioni archeologiche, una tappa interessante, spingendosi nell’entroterra, è quella all’Antiquarium di  Boscoreale, istituito nel 1991 dalla Soprintendenza archeologica di Pompei che accoglie reperti provenienti dai siti di Pompei, Ercolano, Oplontis, Stabiae, Terzigno e Boscoreale. Vi si trovano le caratteristiche emblematiche dell’ambiente vesuviano in epoca romana in un contesto naturalistico e rurale, tant’è che il percorso si conclude proprio con la visita a una fattoria dell’epoca, esperienza notevole dal punto di vista didattico.

POMPEI

Prima di lasciarsi avvolgere completamente dal sito unico al mondo della città romana seppellita da un coltre di lapilli e cenere alta sei metri, e poi svelata per la meraviglia dell’umanità, non va dimenticata una sosta al Santuario della Madonna del Rosario che, ogni anno, accoglie più di quattro milioni di pellegrini: nella basilica è conservato il quadro della veneratissima Madonna di Pompei, attribuito alla scuola di Luca Giordano (gemme adornano la tela che è racchiusa in una cornice di bronzo). Il Santuario fu costruito in tempi diversi. L’originario, a croce latina con una sola navata, fu eretto tra il 1876 e il 1891, su progetto di Antonio Cua, e misurava 420 mq. Per accogliere i numerosissimi fedeli, tra il 1934 e il 1939, è stato ampliato da una a tre navate, su progetto dell’architetto e sacerdote monsignor Spirito Maria Chiapetta, che ne diresse anche i lavori. Le due navate minori, che hanno tre altari per ogni lato, si prolungano sin dietro l’abside in un ambulacro arricchito da quattro cappelline semicircolari. L’interno, che ha una ampiezza di 2.000 metri quadrati, può accogliere circa 6.000 persone.
Pompei, va ricordato, sorge su un altopiano a 30 metri sul livello del mare ed a breve distanza dalla foce del fiume Sarno. La fortuna della città fu appunto legata alla sua posizione sul mare, che la rendeva il porto dei centri dell'entroterra campano, in concorrenza con le città greche della costa. La sua storia è caratterizzata dai passaggi dall’egemonia greca a quella degli Etruschi, e dalla discesa delle popolazioni sannitiche che conquistarono nel corso del V secolo a.C. tutta la Campania, innescando notevoli trasformazioni urbanistiche e architettoniche. Nel II secolo a.C. con il dominio di Roma sul Mediterraneo che facilitò la circolazione delle merci, la città conobbe un periodo di grande crescita a livello economico, soprattutto per la produzione e l’esportazione di vino e olio, fattori che incisero sullo sviluppo dell’edilizia privata e pubblica. Nell’età imperiale si insediano a Pompei nuove famiglie filoaugustee; poi, nel 62 d.C., un disastroso terremoto provocò gravissimi danni e il periodo successivo vide gli abitanti impegnati in una notevole opera di ristrutturazione, che era ancora in atto al momento dell’eruzione del Vesuvio del 24 agosto del 79 d.C. Pompei si estendeva su circa 64 ettari (l’area scavata della Pompei antica, dal 1997 patrimonio dell’umanità sancito dall’Unesco, è di oltre 44 ettari), e contava ventimila abitanti. La planimetria della città fu derivata in qualche modo dall’architetto e urbanista greco Ippodamo di Mileto. Anche se non si conforma alla rigida disposizione per angoli retti, e gli isolati non hanno le dimensioni costanti che erano la «firma» del progettista Ippodamo, si può affermare che Pompei fu il primo esempio di pianificazione urbana sistematica in Italia.
Le informazioni che vengono fornite ai visitatori della città svelata, fanno leva su molti aspetti comparativi. Tra questi, la relativa larghezza delle strade: da poco meno di due metri e mezzo a quattro mezzo, e la più ampia di tutte misurava poco più di sette metri. Sui lati di quelle principali c’erano i marciapiedi e si disponevano tra di essi grosse pietre per permettere ai pedoni di passare. Altra caratteristica subito evidente, agli incroci, le fontane decorate con pietre scolpite sormontanti una vasca rettangolare di pietra: erano alimentate da tubazioni di piombo collegate a grosse cisterne alimentate dall’acquedotto che cominciava da Serino. Le mura, poi, rappresentano uno dei più importanti sistemi di fortificazione di città italica preromana che siano giunti fino a noi. In esse si notano non meno di quattro fasi di costruzione. Nel corso del II secolo a.C. le difese vennero ulteriormente rinforzate e alla fine, verso il 100, furono aggiunte dodici torri. Pompei aveva sette porte, cinque delle quali comunicavano con importanti strade esterne. Subito fuori le mura si estendevano grandi aree principalmente adibite a cimiteri, dal momento che le sepolture e le cremazioni erano proibite all'interno della città. I rapporti tra i vivi ed i morti erano però molto intimi; alcune delle tombe più grandi erano dotate di sala da pranzo e perfino di cucina per i banchetti annuali previsti nel testamento di coloro che vi erano sepolti.
A questo punto si impone un rapidissimo excursus tra alcune delle più note emergenze archeologiche. Le Terme Suburbane sono uno dei punti di riferimento nella visita agli scavi. Gli ambienti al pianoterra mostrano decorazioni pregiate, tra la piscina calda coperta e la piscina fredda, con pareti dipinte. C’era anche una cascate d’acqua da una finta grotta ornata da un mosaico raffigurante Marte e amorini. Nell’area del Foro c’è la monumentale Basilica, dove si amministrava la giustizia e si facevano affari. A nord c’è il Tempio di Apollo, indubbiamente l’edificio religioso più importante e molto antico; poi, il Tempio di Giove dove furono venerati, secondo gli studiosi, anche Giunone e Minerva, a partire dall’anno 80 avanti Cristo, così da trasformarsi nel Capitolium della città romana, centro di culto della triade simbolo del potere imperiale. La Via dei Sepolcri, cui si accede uscendo da Porta Ercolano, consente di raggiungere la grande Villa di Diomede e, più oltre si arriva alla celebre Casa degli Amorini Dorati (amorini su lamine d’oro abbellivano parte degli interni) di proprietà di Poppaeus Habitus, parente della seconda moglie di Nerone, e caratterizzato da un caratteristico peristilio con giardino sul quale si affacciano gli ambienti. Tappa popolare del tour tra gli scavi è anche il Lupanare, uno dei tanti bordelli – sicuramente il più importante perché costruito ad hoc – dell’antica Pompei. Ovviamente i percorsi si inseguono con grande suggestione e con l’aiuto professionale di una guida esperta si riesce a cogliere tutto il fascino del luogo unico al mondo.

CASTELLAMMARE DI STABIA

Tornando verso il mare, alle pendici del Monte Faito, c’è Castellammare, il cui nome, secondo alcune tesi, deriva da «castrum ad mare», ovvero la fortezza a mare costruita nel IX secolo, intorno alla quale si sviluppava la cittadina fondata da Ercole che pure fu sepolta dall’eruzione del 79. Dal punto di vista archeologico è interessante la zona del promontorio di Varano, il più significativo abitato del periodo a cavallo tra il primo secolo avanti Cristo e l’eruzione fatale del Vesuvio. Qui c’erano numerose ville e strutture termali. Castellammare è nota per molti aspetti. A partire dal cantiere navale che, fondato nel 1783, e il più antico d’Italia. Qui sono nate navi gloriose, come l’Amerigo Vespucci, l’unica nave scuola della Marina militare italiana, importanti navi da trasporto e grandi traghetti. Vi fu anche completata la costruzione del batiscafo Trieste di Auguse Piccard. Più di recente, va sottolineata l’importanza riconquistata nel settore del turismo nautico con un’attrezzata marina. Ma è soprattutto per le sorgenti d’acqua potabile e le terme, che quella che fu definita una volta la «Metropoli delle acque», che Castellammare è rinomata. Il patrimonio idrologico costituito da ben 28 tipi di acque di acque minerali differenti, divise in solforose, bicarbonato calciche e medio minerali, che hanno dato impulso al termalismo: dalla metà del 1800 ha rappresentato una importante voce economica e turistica. Sono due gli stabilimenti termali, uno nel centro antico e l’altro nella zona collinare dove è anche possibile effettuare alcune cure. Le Antiche Terme furono inaugurate nel 1836, su progetto dell’architetto Catello Troiano, e diventarono non solo un centro benessere ma un vero e proprio polo culturale. Le Nuove Terme, sulla collina del Solaro, nei pressi della frazione di Scanzano, sono state inaugurate il 16 luglio del 1964 e si estendono su una superficie di oltre 100.000 metri quadrati. Il complesso è diviso tra il parco per le cure idroponiche e l’edificio dedicato alle cure terapeutiche, con attrezzature all’avanguardia, dove si praticano fisioterapia, medicina iperbarica, massaggi, fanghi, inalazioni con acque solfuree, riabilitazione, cure dermatologiche, cure estetiche e cure ginecologiche. Infine, non bisogna dimenticare il ruolo delle acque sul piano commerciale come l'acqua della Madonna e l’Acetosella, tra le più note e già apprezzate da Plinio il Vecchio che le consigliava ai sofferenti di calculosis, vengono imbottigliate e vendute ovunque.

GUSTO

Per i primi coloni greci arrivati dalla Tessaglia, l’importanza dell’uva era evidente. La falanghina, la coda di volpe, l’uva caprettone,  la verdesca tra i bianchi; e, tra i rossi, lo sciascinoso, l’aglianico e il piedirosso restano i vitigni più diffusi ai quali si aggiunge la catalanesca (uva da tavola) che, come ricorda il nome, deve il suo insediamento grazie agli spagnoli. All’estero tutti conoscono il Lacryma Christi, che nasce dal mix di tutte le varietà ricordate, e attribuisce prestigio alla DOC Vesuvio che è all’apice di un circuito virtuoso in cui si inserisce il progetto del vino realizzato nella vigna di un ettaro all’interno degli scavi di Pompei utilizzando i vitigni autoctoni classici, sotto l’egida della Soprintendenza ai Beni archeologici. Comunque, è l’intero comparto delle produzioni agricole e alimentari della zona vesuviana ad aver raggiunto una straordinaria notorietà. Il carciofo di Schito, nei dintorni di Castellammare, è un esempio eloquente. Restando in zona, ecco i tipici biscotti di Castellammare di forma allungata nella loro caratteristica carta azzurra lucida e i biscotti all’anice, aromatici, abbinati storicamente all’Acqua della Madonna. E poi c’è l’albicocca vesuviana che è favorita dai terreni di natura vulcanica, ricchi di minerali e di potassio. Già nell'età di Nerone questo frutto apparve con il nome latino di armeniacum nel De agrìcultura di Cocumella. Dal 1583 la testimonianza della sua presenza in Campania è chiara e il primo a selezionarne i vari tipi fu Gian Battista Della Porta che, distingueva due tipi: le «bericocche» e le crisomele («frutti d’oro»). A metà Ottocento l’albicocco diffusissimo con diverse varietà. Oggi la  denominazione «albicocca vesuviana» indica oltre quaranta biotipi che si differenziano per le dimensioni, il profumo, il sapore. La particolarità dei nomi è a dir poco poetica: Boccuccia liscia, Boccuccia spinosa, Cafona, Ceccona, Fracasso, Palummella, Portici, San Castrese, Vitillo e Pellecchiella. Queste ultime due sono le più note: la prima per la dolcezza della polpa, la seconda per il gusto amarognolo. I frutti maturano dalla fine di maggio alla fine di luglio.

Pane e pomodoro

Un vero e proprio rituale è legato alla preparazione di uno dei piatti più gustosi della storia alimentare dei secoli recenti: il pane con il pomodoro.  Merenda perfetta, spuntino veloce, con i colori dell’energia vitale, il sole e il profumo della bontà naturale. Le mamme staccavano i pomodorini dal «piennolo», li schiacciavano leggermente strofinandoli sul pane e le condivano con un pizzico di sale e un filo d’olio, a volte aggiungendo un po’ d’origano. L’ormai celeberrimo pomodorino vesuviano da serbo viene chiamato del «piennolo» (pendolo) o dello «spongillo» (spunzillo) perché al termine del raccolto, tra luglio e agosto con frutti non ancora del tutto maturi, i pomodorini vengono riuniti in un grappolo e appesi in posti ventilati nelle case di campagna.

SHOPPING

Dalle meraviglie preziose degli storici coralli e dei cammei di Torre del Greco, lavorati da mani abilissime che si tramandano, all’interno di laboratori specializzati, una tradizione formidabile, si fa un salto alla manualità incredibile dei maestri scalpellini che lavorano la pietra lavica del Vesuvio con «scarpielle, mazzuola, puntillo e bocciarda», mitici attrezzi del mestiere. C’è solo da restare affascinati. Tra gioielli e manufatti artistici (panchine, tavoli e arredi per gli interni; ma perfino gioielli ottenuti con l’applicazione di smalti ceramici colorati e cammei, in cui la pietra scura crea un perfetto connubio con l’oro e l’argento all’oro, giocando con i contrasti tonali) le opportunità di acquistare «pezzi unici» esemplificativi del vesuviano, sono molteplici. Ma, come in un divertente alternarsi di consistenze, non si può trascurare anche in questo territorio l’importanza della produzione alimentare in un contesto più ampio: è il caso della pasta. Se a Torre Annunziata già nel Cinquecento erano attive le prime trafile in bronzo, va detto che nell’epopea pastaiola, un ruolo essenziale lo ha svolto proprio il clima mite e ventilato, perfetto per favorire l’essiccazione naturale della pasta stesa su lunghi filari di canne all’aria aperta, tra cortili e terrazze. Alla fine dell’Ottocento, favoriti dalla vicinanza al mare che favoriva la commercializzazione, a Torre Annunziata lavoravano decine di mulini e pastifici. Nel tempo, è però a Gragnano che si è sviluppata, sempre su standard di qualità, la produzione industriale. Il retaggio artigianale e manuale è ancora attivo in alcune aziende, anche se le vecchie pratiche intuitive di misurazione del vento, dell’umidità e della temperatura ideale per compiere l’essiccamento sono affidate alle tecnologie più avanzate.

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