IschiaHotels

Font Size

Cpanel

Procida

Ah, io non chiederei di essere un gabbiano, né un delfino; mi accontenterei di essere uno scorfano, ch'è il pesce più brutto del mare, pur di ritrovarmi laggiù, a scherzare in quell'acqua."“L’isola di Arturo”- Elsa Morante, 1957

Una storia marinara, di remi e di vele, di pescatori, capitani coraggiosi: questa è la storia di Procida, intima e minuscola (3,7 chilometri quadrati), immersa nel Tirreno come la perla scontrosa di un’ostrica selvaggia, così fascinosa da solleticare fantasie medievali, poesie e visioni di narratori lanciati sulle rotte dei paradisi lontani. Oggi arrivano i navigatori dell’estate, ed è un posto fatale per gli artisti, un set sublime per il cinema. E se le star del grande schermo alimentano i miti del presente, richiamano un percorso già delineato in capolavori della letteratura, da Virgilio ad Orazio, da Giovenale a Boccaccio, fino a «Graziella», il romanzo di Alphonse de Lamartine, un diplomatico francese di stanza a Napoli, che naufragò sull’isola durante una gita in barca. La giovane corallaia, figlia di un pescatore, si innamorò, riamata, di Lamartine, che così la descriveva: «Graziella aveva gli occhi a mandorla, grandi, erano di quel colore indefinito tra il nero scuro e il blu del mare… tinta celestiale che le donne dell’Asia e dell’Italia traggono dal fuoco ardente del loro sole e dall’azzurro sereno del loro cielo, del loro mare e delle loro notti».

TOUR

procidaProcida è la più piccola delle isole partenopee. Conserva un fascino autentico, che esprime una profonda identità marinara punteggiata da tradizioni contadine. Il suo nome deriva da Prochyta, che significa profusa, sollevata dalle acque ed è inserita nel contesto vulcanico dell’area flegrea. Del resto, è possibile identificare ben sette crateri intorno alle sue coste che si caratterizzano per l’alternanza di falesie e spiagge all’interno di insenature e suggestivi golfi. I reperti rinvenuti nel vicino isolotto di Vivara testimoniano che fu abitata dai Micenei a partire dal XVII e XVI secolo avanti Cristo: epoche durante le quali divenne un importante crocevia per la lavorazione e la commercializzazione dei metalli. Il passato più recente rievoca invece le vicende del signore e feudatario Giovanni da Procida, noto per aver organizzato i Vespri Siciliani. Ma l’aspetto più accattivante dell’isola è attribuito all’architettura delle abitazioni che costituiscono l’anima dei suoi borghi vecchi. Le case sono colorate, affinché fossero riconoscibili da lontano, dai naviganti in mezzo al mare; e originali, quasi incastonate come un puzzle: colpiscono i viaggiatori fin dallo sbarco a Marina Grande, il porto commerciale che è affiancato dall’approdo per i pescherecci e dalla marina turistica. L’impatto visivo è immediatamente accattivante. Non a caso il grande Cesare Brandi, fondatore dell’Istituto del restauro, esaltava questi scorci che lasciano «senza fiato», sottolineando l’«allineamento di case alte, di tutti colori, strette come una barricata, con tante arcate chiuse a mezzo, come strizzassero un occhio». Simbolo di un raccoglimento cruciale, di una architettura che «è mediterranea e rappresenta la propaggine ancora viva, fino a poco tempo fa, dell’architettura tardo-romana e bizantina. Archi e volte, niente altro che archi e volte, con certe soluzioni di scale esterne che sono amabili come un complimento». Espressioni emblematiche, che fanno da guida lungo i percorsi e gli itinerari procidani. Dal porto lo sguardo si rivolge alla struttura merlata di Palazzo Montefusco, detto della Catena (era sistemata come barriera mobile all’ingresso, per ostacolare i più indiscreti tra i passanti), già buen retiro per l’estate della famiglia reale. In quest’area, caratterizzata in passato da ricoveri scavati nel tufo per ospitarvi le barche in secca, si notano i cantieri navali, segni tangibili delle attività e delle vocazioni storiche degli abitanti. Sulla destra, verso occidente, c’è la spiaggia delle Grotte o della Silurenza. Alla sinistra della darsena c’è invece il lido della Lingua, presa d’assalto abitualmente dai pendolari dei tuffi e delle nuotate che arrivano in traghetto da Pozzuoli e Napoli. Si entra nel cuore dello struscio da via Roma, tra ristoranti, negozi e bar, e si nota un altro simbolo dell’identità, il crocifisso di legno che, dal 1845, rappresenta la testimonianza della devozione dei marinai, a pochi passi dalla piazza di Sent’ Cò (termine dialettale che sta per Sancio Cattolico), che è il polo d’attrazione per gli eventi folclorici e pubblici più importanti, con la chiesa di santa Maria della Pietà, il cui primo nucleo, una cappella, è del 1616. Proseguendo lungo il porto nuovo si può avvertire una suggestione lontana, tra i luoghi dove soggiornò Alphonse de Lamartine, l’autore del romanzo Graziella, che ha trasformato in mito globale le virtù delle donne isolane, scritto nel 1852, pare in seguito al naufragio patito nelle acque dell’isola. Lo scrittore si innamora di una dolce fanciulla procidana che morirà d’amore alla sua partenza per Parigi. Ma la storia esalta anche l’amore per l’isola. Un edificio del 1786, con un alto portale, è la sede dell’Istituto tecnico nautico Francesco Caracciolo, il più antico d’Europa. Ci si inoltra nel centro antico, in via Vittorio Emanuele II, passando per la chiesa dedicata a San Leonardo (fine secolo XVI), che era il patrono degli schiavi, ovvero degli abitanti dell’isola catturati in gran numero durante le invasioni barbaresche. Si entra nel cuore antico delle architetture di Terra Murata, Marina Corricella, Casale Vascello, in un rincorrersi di panorami incantevoli. Terra Murata è di fatto la rocca procidana, ed è la splendida sintesi delle emozioni più avvolgenti, trasformate in pagine indimenticabili di letteratura da Elsa Morante, autrice de L’Isola di Arturo. A Terra Murata si trova l’Abazia di San Michele Arcangelo, il patrono dell’isola. E qui ci si rifugiava quando l’isola era assalita dai pirati. L’Abazia è l’emblema della storia ed è una pinacoteca ricca di libri e testimonianze straordinarie del passato. Risale all’anno Mille, quando ospitò una comunità Benedettina, per essere poi secolarizzata nel XV secolo: subì devastazioni, incendi e saccheggi durante le invasioni. Nell’abside c’è una tela di Nicola Russo del 1690 che raffigura l’affondamento della flotta dei barbari grazie all’intervento miracoloso dell’Arcangelo protettore, ma tutto il contesto degli ambienti sottostanti, con gli oratori che appartenevano alle varie congreghe, è denso di fascino. Accanto, c’è il Castello d’Avalos, imponente edificio del XVI secolo, conosciuto anche come Palazzo Reale: durante il regno borbonico fu adibito a residenza del sovrano. Il re si fermava a Procida, che era un dei tanti siti reali di caccia, per catturare i fagiani. Nel 1800 il Castello venne modificato e adibito a Casa Penale. Il carcere è stato chiuso nel 1986. Al Casale Vascello si arriva da Piazza dei Martiri, dove furono impiccati i patrioti che avevano aderito alla Repubblica Napoletana del 1799, ed è un’ampia corte completamente cinta dalla schiera di abitazioni su tre livelli. Fu il primo nucleo edilizio edificato ad di fuori del borgo medievale di Terra Murata, ed è databile intorno alla fine del XVI secolo. La Corricella (dal greco: kora kalè, «il luogo bello»), è uno dei set preferiti dai registi che scelgono Procida per ambientarvi le scene di un film: è un villaggio di pescatori, ma anche un punto d’approdo per la nautica e, soprattutto, una location perfetta dell’accoglienza, con i suoi ristoranti e negozietti. Le case, tutte aggrappate tra loro, evocano una dimensione presepiale, con vefi (terrazze), scale e ballatoi comuni. Vi si accede attraverso ampi scaloni o strette scalinate come la caratteristica Grariata scura, situata a Callìa (altro toponimo di matrice greca che allude alla bellezza); poi la Gradinata larga e la Gradinata del Pennino, la più frequentata, di fronte alla chiesetta di San Rocco (XV secolo). In un vortice di strettoie, sono segni viari che rappresentano una delle dimensioni della mobilità isolana: dai centri, si snodano percorsi e scale che conducono tutte sulla fascia costiera. Alla Corricella, che è un’oasi pedonale, tra i ritmi lenti marinareschi e le visioni monumentali e paesaggistiche, con l’eco dei pescatori che lavorano le reti, si resta abbagliati da una luce naturale davvero unica, speciale. Da via San Rocco, per Callia, si giunge alla via Marcello Scotti, erudito e sacerdote che fu vittima della reazione borbonica del 1799. Il contesto, quindi, da via Vittorio Emanuele a Piazza Olmo, è formato sulla sinistra da palazzi con bellissimi cortili interni e giardini, insediamenti dei notabili di epoca settecentesca e degli inizi dell’Ottocento, quali Minichini, Romeo, Miramare o Scotto di Pagliara, e altri che dominano il mare e la spiaggia della Chiaia, verso la quale – da un belvedere – si dipartono le discese affiancate da limoneti stupefacenti. Sulla destra, altrettanto interessanti, ancorché privi dei camminamenti diretti sulla baia della Chiaia, ci sono Palazzo Scotti Lachianca detto anche Mamozio (così come è definito popolarmente il mascherone ornamentale del portone); Parascandola, Esposito, Figoli, e altri. Dopo la chiesetta di San Vincenzo (1571) c’è un’altra stradina che conduce al lido, la via dei Bagni. Tra abitazioni residenziali e altri palazzi (il Manzo è del 1865) si arriva alla chiesa di Sant’Antonio Abate (secolo XVII), all’inizio di via Cavour da cui ci si può orientare verso la torre dei De Jorio oppure inoltrarsi verso gli spazi fertili, tra campi e vigneti, della località Starza, fino a percorrere i sentieri che conducono a Punta Pioppeto con il suo faro, acceso dal lontano 1849. A ritroso, si possono scoprire ulteriori scorci di campagna, fino a Punta Cottimo, per giungere alla Torre di difesa aragonese, una delle tre fatte costruire nel XVI secolo dal viceré di Napoli don Pietro da Toledo. Attraversando ancora vigneti e frutteti si giunge al culmine della collina da dove si gode il panorama dell’insenatura del Pozzo Vecchio (uno dei crateri antichi), con la spiaggetta detta ora «Spiaggia del Postino», dopo le scene girate nel film di Massimo Troisi, sovrastata dal piccolo cimitero, e chiusa a sud da Punta Serra, oltre la quale si distende il litorale di Ciraccio. Questo si conclude con una striscia, una lingua di terra che lega l’isola al promontorio di Santa Margherita che fa da sfondo al borgo della Chiaiolella. Ed è da qui che si «salta» sull’isolotto di Vivara (o Vivaro) risorsa ambientale, culturale e turistica di valenza internazionale che, dal 1956, è attaccata a Procida grazie a un piccolo ponte, costruito dalla Cassa del Mezzogiorno per sostenere le tubazioni dell’acquedotto che fornisce l’acqua potabile all’isola d’Ischia, proveniente dalla sorgente continentale del Serino. Per accogliere degnamente la principessa Maria Josè, moglie di re Umberto di Savoia, era stata invece costruita una scala di accesso, che in origine era un canalone. Con 34 ettari di superficie, tre chilometri di sviluppo costiero, Vivara con la sua macchia fittissima di flora e fauna protetta, è stata istituita quale Riserva Naturale dello Stato, ed è un vero e proprio laboratorio della Natura. Vi sono stati censiti 800 biotopi floristici, mentre sono alcune centinaia le specie di uccelli di passo e stanziali, in un ambito archeologico importante, visto che vi sono reperti micenei scoperti nella zona di Punta D’Alaca e nel prospiciente braccio di mare del golfo del Genito. Alla Chiaiolella, da decenni marina turistica dell’isola, con un porticciolo altamente attrezzato per il diportismo nautico (non mancano alberghi e ristoranti), lungo la salita verso Punta Solchiaro, si trovano ancora piccole case di pescatori che molti ospiti hanno acquistato per trasferirsi d’estate. Dalla marina ci si può addentrare in via Simone Schiano dove c’è villa Chiaiozza, fatta costruire nell’immediato dopoguerra dal console inglese M. Wentworty Gurney in stile neoclassico; oppure di nuovo verso il cuore di Procida alla ricerca di ulteriori sorprese, percorrendo via Giovanni da Procida e i sentieri alternativi, in un gioco di ricerca che può avere come punto di riferimento Piazza Olmo. Si arriva alla zona delle «parùle», terreni un tempo paludosi irrigati con l’impiego di caratteristiche norie, che estraevano l’acqua dai pozzi artesiani. Così, da via monsignor Dom. Scotto Pagliara, si giunge alla chiesa di Sant’Antonio di Padova fondata nel 1635 da Scipione e Giacomo Cacciuttolo, poi per via IV Novembre fino alla punta di Pizzàco, dove sulla via Raia c’è la casa dove abitò Cesare Brandi, che è stata pure identificata come l’abitazione della Graziella di Lamartine. Dallo spiazzo della chiesa si va avanti fino a una tappa d’obbligo, il maestoso palazzo Guarracino già casino di caccia dei Borbone: costruito su due piani, con interni che presentano stucchi ed elementi decorativi piuttosto raffinati, domina la Cala del Carbonio in località Centane, con il suo belvedere sula mare sud-occidentale.

SPIAGGE

spiaggia-procidaProcida ha 13 Km di costa tra spiagge e rocce. Le spiagge sono tutte sabbiose e ben attrezzate. La più frequentata è quella della Chiaiolella per i numerosi servizi presenti. Suggestiva quella del “Pozzo Vecchio”, detta ora Spiaggia del Postino, nel ricordo del film girato da Massimo Troisi.Facilmente raggiungibili e balneabili le rocce del Faro e del Carbogno.

FOLKLORE

folklore-procidaProcida è molto legata alle tradizioni, e partecipa con intensità a due avvenimenti che sintetizzano la storia religiosae marinara: La Processione del Cristo Morto e dei Misteri e la Sagra del Mare. La Processione si svolge all’alba del Venerdì Santo. Da Terra Murata, a braccia, giovani isolani sostengono i cosiddetti Misteri, tavole iconografiche con episodi della vita e morte di Cristo. Oltre ai Misteri, nel corteo del Venerdì, viene portata a spalla la statua lignea del Cristo Morto, opera dello scultore napoletano Carmine Lantriceni. L’evento sprigiona forte commozione, sull’onda delle marce funebri della banda musicale. La sera del Giovedì Santo ha luogo,invece, la Processione degli Apostoli incappucciati che visitano i cosiddetti Sepolcri, allestiti nelle otto parrocchie procidane. La Sagra del Mare, al di là dell’aspetto ludico, vive di due momenti: il lancio a mare della corona di alloro, nelle acque del canale di Procida, e l’elezione della Graziella, che ricorda la protagonista dell’omonimo romanzo di Alphonse Lamartine, scritto nel 1852. Lo scrittore si innamora della fanciulla procidana che muore d’amore alla sua partenza per Parigi.L’elezione della Graziella rinnova la dolcezza delle donne procidane che, per l’occasione indossano il costume d’epoca, alla greca. Nel segno del turismo culturale, vanno ricordati il “Premio letterario Elsa Morante”; “Procida Portoni Aperti”, la visita agli androni dei palazzi storici; “l’Isola del Postino – Movietour”, dedicata ai luoghi del cinema; il “Presepe Vivente”, rievocativo delle antiche usanze locali, allestito nel centro storico. Per il turismo enogastronomico ricordiamo le Sagre dedicate al “Limone” ed al “Carciofo”, prodotti tipici nazionali, ed al “Vino”..

GUSTO

Ovviamente il pesce, in tutte le opzioni, meglio se «povero» ( ovvero la saporitissima «mazzamma», il pesce minuto di paranza), ma comunque per tutti i gusti, e per tutte le tasche, è il piatto che eccelle in una cucina semplice, sempre accompagnata da vinelli locali, bianchi e rossi (Aglianico in prevalenza), tuttora prodotti in versione domestica e familiare. A Procida ci sono una decina di pescherecci che, ogni giorno, scaricano nell’isola diversi quintali di pescato: alici, polpi e pregiatissime mazzancolle, orate, spigole, frutti di mare, crostacei e moltissime altre tipologie e varietà. Il ricettario è molto variegato, ed evoca curiose tradizioni. In tempi di miseria, quando non ci si poteva permettere neppure l’acquisto dei pescetti più modesti, fu inventato un piatto emblematico, il «pesce fjiuto», ovvero una zuppa di pesce dalla quale il pesce «fugge» dalla pentola: aglio, prezzemolo, pomodorino, olio, e tanto peperoncino che si mettono a bollire e poi si versano sul pane raffermo. Quasi a dire: «acqua calda con desiderio di pesce!». Altra ricetta tipica è il limone al piatto, conosciuta come «insalata di limone» che in realtà è una zuppa preparata con i limoni procidani (grossi come meloni e con un alpedo molto spesso), che sintetizza la bontà fenomenale degli agrumi locali, ai quali si inneggia anche con la produzione di liquori e di un ottimo limoncello. La carne non manca, ed è soprattutto quella del pollame ruspante e del coniglio, che si prepara nel giorno di festa. Gli ortaggi e le verdure delle famose «parùle» trovano una sintesi ideale nella «bobba», una minestra a base di melanzane, zucchine, patate, zucchetta del prete e basilico. Ma le verdure finiscono anche nell’imbottitura delle pizze, come quella di scarole e carciofi. Proprio i carciofi sono a dir poco eccezionali, e rappresentano il cibo della quaresima e della settimana santa. In parallelo la parmigiana di melanzane tocca livelli di assoluta squisitezza. Tra i dolci, caratteristica (anche se d’importazione) di Procida è la cosiddetta «Lingua», preparata con la pasta sfoglia e la crema. Il limone al piatto Si tritano l’aglio, la menta e il peperoncino, e si versano in un piatto, dove, insieme ai limoni sbucciati e tagliati a pezzi, c’è una piccola quantità d’acqua. Si condisce con olio e sale. In molti non conoscono questa zuppa, ma è una vera bandiera gastronomica, profumatissima e colorata dell’isola di Procida.

SHOPPING

  Il gigantesco limone di Procida, acquistato sul carrettino dell’ambulante, è il souvenir più gradevole. Non mancano i laboratori di ceramica, e quelli dove si lavorano le pietre dure policrome. Ma l’isola nel suo insieme esprime non pochi tesoretti dell’artigianato. Alcuni dei quali vantano un radicamento profondo nella cultura locale, come i segni delicati dei merletti e dei ricami attraversano i quali si identificavano i corredi delle spose: sono sempre conservati gelosamente nei mobili a cassettoni, e racchiudono la memoria di una tradizione sempre più rara. Del resto ogni ricamo ha una storia e riproduce una «appartenenza» irrinunciabile. In genere, poi, ci sono le tecniche della maglia e dell’uncinetto che sono ancora oggi molto diffuse, dopo essere state utilizzate a lungo per la produzione di capi d’abbigliamento e di biancheria per la casa. In particolare c’è usa l’uncinetto per realizzare orecchini di vari di modelli e molteplici colori, con filo e cotoni pregiati, impreziositi da accurate applicazioni di bigiotteria: oggetti originali, la cui fama ha trovato ampio spazio su magazine e riviste specializzate. Una forma d’arte che si collega in qualche modo anche a quella dell’intreccio delle reti, evidente nelle velocissime pratiche quotidiane dei pescatori, ed al lavoro dei vimini e della paglia, nelle zone di campagna. Ma sull’isola c’è anche una produzione vasta e varia, di ceramica dai colori solari e marini dell’arancio, del blu e del giallo: tazze, bicchieri, mestoli, piatti, brocche. E ci son o artigiani che preparano complementi d’arredo tra lampadari e vasi, orologi e piatti di sicuro effetto, portaombrelli, portacandele, orologi, piatti murali, e poi centrotavola, cesti e borse intrecciate, bambole di porcellana e così via.

CARTINA

 

Sei qui: Home Procida

Contatti

address  Via Fasolara, 49
80077 - Ischia (NA)
 tel  +39 081.507.40.22
 +39 081.99.34.66
 fax  +39 081.98.41.71
 email Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Collegamenti marittimi

nave-128

Il nostro sito Web utilizza i cookie. Utilizzando il nostro sito e accettando le condizioni della presente informativa, si acconsente all'utilizzo dei cookie in conformità ai termini e alle condizioni dell’informativa stessa.